Image for post
Image for post

NOTA PER I LETTORI: questo articolo è stato scritto a luglio del 2017 ed è stato pubblicato sul mio LinkedIn Pulse

In quella che già oggi molti chiamano l’età degli algoritmi, il mondo potrebbe essere condizionato dall’Intelligenza Artificiale. La conseguenza più immediata è che ‘il potere’ (sociale, economico e politico) si concentra nelle mani di coloro che sono in grado di modellare e controllare gli algoritmi

Le tecnologie di intelligenza artificiale e gli algoritmi possono salvare vite, ottimizzare processi burocratici e rendere più efficienti i modelli organizzativi, dare vita anche a nuovi modelli di business. Ma possono anche influenzare (direttamente o meno) la vita delle persone e il loro lavoro, fino addirittura a manipolare l’economia, la società o la politica. …

Great Reset: i leader del World Economic Forum propongono un mega “azzeramento” post Covid-19 per ripristinare e riprogrammare le nostre basi economiche e sociali

Image for post
Image for post

Il Covid-19 offre la possibilità di ripristinare e rimodellare il mondo in modo più sostenibile. Spetta a tutti gli individui e le società assumere “la proprietà” del futuro. Questa la convinzione di fondo (che lascia trapelare gli obiettivi finali) del nuovo programma “Great Reset”, iniziativa del World Economic Forum e di HRH — His Royal Highness, il Principe di Galles, per guidare i decisori politici ed i leader di tutto il mondo (anche di business) sulla strada per un mondo più resiliente e sostenibile oltre il coronavirus.

Il contesto

La crisi di Covid-19 e le interruzioni politiche, economiche e sociali che ha causato stanno cambiando radicalmente il contesto tradizionale per il processo decisionale. Le incoerenze, le inadeguatezze e le contraddizioni di molteplici sistemi — dalla salute e dalla finanza all’energia e all’istruzione — sono più esposte che mai in un contesto globale di preoccupazione per le vite, i mezzi di sussistenza e il pianeta. I leader si trovano ad un crocevia storico, gestendo le pressioni a breve termine contro le incertezze a medio e lungo termine. …

Image for post
Image for post

Conosciuti anche come Post-Millennials o Plurals, i Centennials rappresentano la Generazione Z spesso identificata come iGen per la naturalezza con la quale i ragazzi utilizzano Internet, le tecnologie digitali (soprattutto touch) ed i social network fin dalla giovanissima età, tanto da essere parte importante del loro percorso di socializzazione e maturità. Sono nati tra la metà degli anni Novanta e il 2010 (rappresentano una popolazione di circa 60 milioni di persone negli Stati Uniti e 2,6 miliardi a livello mondiale) e secondo l’opinione di diversi sociologi hanno reinventato il significato di “essere giovani” nel 21mo secolo.

Chi sono i Centennials: aperti, resilienti e realisti

Sono meno idealisti e molto più pragmatici delle generazioni precedenti, persino dei loro vicini “quasi coetanei” Millennials [termine coniato dai due saggisti americani William Strauss e Neil Howe che da doversi anni studiano le evoluzioni generazionali — nda] tant’è che le “parole chiave” che identificano i Centennials…

Image for post
Image for post

Nel pieno delle attività dell’Entrepreneurship Lab, il percorso organizzato da Polihub con EptagonLab che ho deciso di affrontare dopo il corso EI&S — Entrepreneurship, Innovation & Startup del MIP, la Graduate School of Business del Politecnico di Milano, inizio a condividere alcune personali considerazioni sul ruolo dello Startup mentor e come, in base alla mia primissima esperienza, può risultare cruciale nello sviluppo e crescita di una Startup

Avere una laurea di per sé non è sufficiente per fare impresa, per diventare imprenditori, ancor meno se si tratta di una Startup nella sua accezione “americana” di azienda innovativa che crea un valore tale da renderla profittevole — ma soprattutto scalabile — in pochi anni.

C’è chi addirittura si spinge a dare dimensioni monetarie, ritenendo una Startup solo quell’azienda in grado di raggiungere il miliardo di dollari di fatturato prima del decimo anno dalla sua fondazione. Definizione forse un po’ azzardata, almeno per quanto riguarda gli andamenti dei mercati europei di certo meno “fertili” per le Startup rispetto ad Usa e Medio Oriente, che tuttavia ha quanto meno il pregio di escludere dalla definizione tutta quella pletora di aziende di nuova costituzione che però operano in settori maturi e con modelli già ampiamente consolidati, definibili senz’altro aziende giovani ma non certo Startup. …

Image for post
Image for post

Ci siamo, è iniziato il primo set della partita che ho deciso di giocare, quella del percorso di formazione per diventare uno startup mentor del PoliHub. Vi confesso che dopo aver sentito l’altissima seniority dei miei “compagni di viaggio”, mi sono chiesta: “ma io… che ci faccio qui?”

Del perché ho scelto di fare il percorso di formazione del MIP e del PoliHub per diventare uno startup mentor ne ho già parlato; tuttavia, voglio ritornare su alcuni aspetti chiave del “valore del mentor” perché il riferimento alla figura mitologica greca rappresenta in realtà un fondamento importante di tutte le “storie” del mondo.

Il primo giorno di corso lo ha ribadito Stefano Mainetti, Ceo del PoliHub: “Chi sarebbe stato Re Artù senza mago Merlino? E come sarebbe stata la storia di Luigi XIII senza il cardinale Richelieu?”.

Due figure, mago Merlino e il cardinale Richelieu, tanto diverse come persone quanto uguali nel ruolo di mentor (esattamente come lo fu Mentore per Telemaco), fondamentali nella “storia” ma sempre un passo indietro al protagonista. Ecco, questo riassume benissimo quanto vi ho raccontato nel primo “pezzo” di questa mia avventura: lo startup mentor è colui che ha voglia di “mettere la giacca di chi aiuta” una startup a diventare impresa; è colui che fa da guida ma senza alcuna leadership gerarchica perché sa che l’imprenditore, il protagonista della storia, è lo startupper. …

Image for post
Image for post

Il mentor è colui che ha voglia di “mettere la giacca di chi aiuta” una startup a diventare impresa. E’ colui che fa da guida ma senza alcuna leadership gerarchica: l’imprenditore è lo startupper, non il mentor

La figura più importante dopo l’eroe. Nella mitologia greca è questo il mentor, colui che consiglia, aiuta e accompagna il protagonista di una valorosa avventura nel suo viaggio di esplorazione e nel raggiungimento della meta.

Oggi, lo startup mentor non è poi così lontano da Mentore, colui al quale Ulisse, in partenza per la guerra di Troia, affidò il figlio Telemaco. Perché fa esattamente quello che fu chiesto a Mentore a suo tempo: guidare ed aiutare Telemaco.

Essere agili e innovativi (come dovrebbero esserlo le startup, quelle serie per lo meno) ma avere la solidità delle corportaion. Sembra quasi un’utopia ma è esattamente questa la “formula” che consente ad una startup di diventare impresa, di fare quel percorso di crescita e scalabilità che la allontana dal fallimento. …

Image for post
Image for post

Protesi e impianti medici fanno ormai parte della nostra vita quotidiana — conosciuti come implantable device — ma non hanno nulla a che vedere con la nuova frontiera degli implementable device: dispositivi, sensori, nano tecnologie che presto verranno “implementate” nel corpo umano come se questo fosse il contenitore hardware da far evolvere e rendere più abile e intelligente

Tra pacemaker, impianti dentari e protesi varie (mediche ma anche estetiche) gli implantable device hanno ormai raggiunto la piena maturità (il che non si traduce affatto con un arresto della loro evoluzione medico-tecnologica!). Negli ultimi anni i wearable device hanno avuto un grande boom (sia come sviluppo tecnologico sia come adozione di massa), soprattutto nell’ambito di Sport e Benessere ma anche sul fronte della Salute o della Sicurezza delle persone e dei lavoratori. …

They can save lives, streamline bureaucratic processes and make organizational models more efficient, and even give rise to new business models. However, they can also affect (directly or indirectly) people’s lives and their work, even going as far as manipulating the economy, society or politics. Between algocracy and surveillance capitalism, the role of algorithms is becoming increasingly significant, concentrating global power in the hands of very few corporations.

Image for post
Image for post
by Depositphotos

Instructions for solving a problem and carrying out activities. That is what algorithms are. The code of a computer, an application, the Internet, a GPS itinerary, buying tips for a trip or a book. Today, everything is based on algorithms, even a recipe. Artificial Intelligence (AI) is nothing but a set of algorithms — in other words, what we see on social networks is the result of the work of algorithms. Even the news we view on the Internet or a mobile is the result of selection carried out by mathematical models “translated” into computer code. Most financial transactions take place by means of algorithms — the screen readers we now use on a daily basis work thanks to algorithms, just like the facial recognition systems that allow us to “organize” our photographs (and do much more, such as checking people’s identity) — or those that build automobiles or drive them on our roads with no one behind the wheel. These are mostly invisible instruments that can help and “augment” our lives, assisting us in our everyday activities, on the job, in business. The other side of the coin is that, in what many today already call the age of algorithms, the world may be governed by artificial intelligence, concentrating “power” (social, economic and political) in the hands of those capable of modeling and controlling algorithms. Hence, it becomes a priority, in this delicate evolutionary phase of computer science and human history, to study and understand not only the potential and opportunities offered by these systems, which are undoubtedly many, but also the macro-economic, social, political and organizational impacts in order to define a new culture (based on code) and the rules according to which it can expand. …

Il McKinsey Global Institute stima che circa la metà della attività lavorative oggi gestite dall’uomo potrebbe essere automatizzato attraverso l’uso delle tecnologie entro il 2050, anno più anno meno… Lo scenario va sicuramente previsto e gestito ma non è il caso di agitarsi!

Image for post
Image for post
by Depositphotos

Secondo gli studi del McKinsey Global Institute (Mgi) qualsiasi tipo di lavoro sarebbe già oggi, in virtù delle tecnologie già presenti e in suo sul mercato, soggetto ad una automazione parziale. Addirittura, stimano gli analisti (che hanno mappato ed analizzato oltre 2mila attività lavorative svolte in oltre 800 tipologie di occupazione), quasi la metà delle attività che oggi vengono compiute dagli esseri umani potrebbero in realtà essere gestite dalle macchine. A rendere il quadro un po’ più roseo è l’idea che, tutto sommato, solamente il 5% delle attuali occupazioni si presterebbe ad una competa automazione. …

David Shing e Neil Harbisson: uno è un profeta dei tempi moderni, l’altro un artista. Ho avuto occasione di incontrarli entrambi ‘a porte chiuse’ e vi assicuro che hanno più cose in comune di quanto sembri

Image for post
Image for post

Lo scorso novembre a Roma ho avuto il piacere di scambiare quattro chiacchiere con David Shing, digital prophet di AOL, comunemente noto come Shingy, indiscusso maestro del personal branding, amante dei riflettori, uno che sul palco parla ‘a manetta’ e che ama vestire i panni della rockstar dedicando del tempo anche alla musica suonando in una band. Uno che ti ubriaca, nel senso buono del termine, con affascinanti discorsi che hanno nella tecnologia (di cui lui ci capisce parecchio, eccome!) il filo conduttore.

Un paio di giorni fa, a Milano, ho speso del tempo in compagnia del cyborg Neil Harbisson, uno ‘scricciolo’ d’uomo che ha impiantato nel cervello un chip cui è collegata un’antenna che, dice lui, “non è un werable device tecnologico ma un mio nuovo organo sensoriale” (grazie all’antenna e al chip, Neil riesce a tramutare i colori in frequenze sonore permettendogli così di riconoscere i colori che altrimenti non ‘percepirebbe’ a causa di una malattia). Neil è un artista, nell’animo, e come tale vive in un mondo tutto suo fatto di percezioni sensoriali estese; è timido, non certo una ‘mitraglietta’ nel parlare, capisce di tecnologia quel tanto che basta per applicarla alle sue idee, tanto rivoluzionarie nell’attuazione quanto semplici nella mission: estendere le capacità sensoriali di una specie (che sia umana o animale, non fa distinzione). …

About

Nicoletta Boldrini

Journalist, author & speaker, consultant with double soul: tech and humanist | I analyze impacts of emerging techs on future | #StillOnMarch | Tech4Future.info

Get the Medium app

A button that says 'Download on the App Store', and if clicked it will lead you to the iOS App store
A button that says 'Get it on, Google Play', and if clicked it will lead you to the Google Play store